Vent’anni dopo le intercettazioni che sconvolsero il calcio italiano, il vento di un nuovo scandalo arbitrale torna a soffiare forte su Milano. Questa volta non è il Milan al centro del mirino, ma l’Inter. E il parallelo con Leonardo Meani, l’addetto agli arbitri rossonero del 2006, diventa inevitabile.
All’epoca Meani era un consulente/collaboratore esterno del club di via Aldo Rossi. Le sue telefonate ai designatori (Bergamo e Pairetto) e ai vice-commissari CAN, in cui chiedeva “arbitri bravi” o assistenti “nel dubbio” favorevoli, costarono carissimo al Milan: 44 punti di penalizzazione nel campionato 2005-06 (a torneo in corso), -15 punti da scontare nella stagione successiva e l’esclusione dalla Champions League. Solo grazie alla difesa che ne ridimensionò il ruolo formale – non era un dirigente con pieni poteri – i rossoneri evitarono la retrocessione in Serie B.
Oggi la situazione potrebbe essere più delicata per i nerazzurri. Nelle intercettazioni finite agli atti dell’inchiesta della Procura di Milano, l’ex designatore Gianluca Rocchi tira in ballo esplicitamente Giorgio Schenone, club referee manager dell’Inter: la figura operativa interna al club che gestisce i rapporti con gli arbitri “partita per partita”. Schenone non è un consulente esterno: è un dipendente del club, ex assistente arbitrale con un ruolo istituzionale e riconosciuto dalla FIGC.
Immaginiamo, come chiede l’opinione pubblica in queste ore, che l’inchiesta si allarghi e che emergano prove concrete: intercettazioni dirette tra Schenone e Rocchi (o altri componenti del sistema arbitrale), messaggi, riunioni documentate in cui si parla esplicitamente di arbitri “graditi” e “sgraditi” all’Inter, designazioni pilotate (come quella di Colombo per Bologna-Inter o lo “schermaggio” di Doveri in Coppa Italia) e pressioni sulla sala VAR. In quel caso, il parallelo con Meani non reggerebbe più.
Le differenze che peserebbero come macigni
Nel 2006 il Milan poté argomentare che Meani agiva in modo non pienamente imputabile al club. Oggi, se venisse dimostrato che Schenone – in quanto dipendente e figura apicale per i rapporti arbitrali – abbia condizionato o tentato di condizionare le designazioni a vantaggio dell’Inter, scatterebbe con ogni probabilità la responsabilità diretta (art. 6 CGS) o quantomeno quella oggettiva della società.
Secondo gli esperti di diritto sportivo (tra cui l’avvocato Mattia Grassani, che ha già commentato il caso), in uno scenario di questo tipo le sanzioni potrebbero essere pesantissime:
- Per i tesserati/dirigenti coinvolti (Schenone o eventuali altri): squalifica minima di 4 anni, con possibilità di radiazione in caso di illecito sistematico.
- Per l’Inter: penalizzazione in classifica di almeno 3-15 punti (come accaduto al Milan), ma potenzialmente molto più grave se si configurasse l’illecito sportivo ex art. 4-6 del Codice di Giustizia Sportiva.
Nel caso più estremo – se la giustizia sportiva ritenesse provato un sistema di combine finalizzato ad alterare la classifica (designazioni pilotate in gare decisive per lo scudetto o la Coppa Italia) – si aprirebbe persino la strada alla retrocessione all’ultimo posto in classifica, con conseguente discesa in Serie B, come accadde alla Juventus nel 2006.
L’Inter, al momento, non risulta indagata né deferita. Marotta e soci hanno espresso stupore e ribadito che “non esistono arbitri graditi o sgraditi”. Ma se dalle carte dovessero saltare fuori prove schiaccianti di un rapporto privilegiato e condizionato tra Schenone e Rocchi, il club si troverebbe in una posizione oggettivamente più complicata rispetto al Milan di Galliani e Meani.
Perché Schenone non è un esterno: è uno di casa. E in diritto sportivo, quando l’illecito avviene “in casa”, la presunzione di responsabilità della società è molto più forte.
Il calcio italiano si ritrova ancora una volta a fare i conti con i suoi fantasmi. Designatori che parlano al telefono di “schermature” e preferenze di club, addetti arbitri che diventano protagonisti delle intercettazioni, un sistema che sembra non aver mai davvero imparato la lezione di Calciopoli.
Se le prove dovessero arrivare, l’Inter rischierebbe di pagare un conto salato. Molto più salato di quello pagato dal Milan vent’anni fa. E questa volta non basterebbe sostenere che “era solo un consulente”.








