Ezequiel Lavezzi si racconta in una lettera a cuore aperto, ripercorrendo le tappe di una carriera vissuta tra passione e fragilità. Dai campi polverosi dell’Argentina alla consacrazione in azzurro, il “Pocho” svela il lato più intimo del suo percorso umano e professionale.
”È stata un’infanzia bellissima, ma non semplice. Per fortuna c’era il pallone. Senza il calcio non so che fine avrei fatto. E pensare che dai 13 ai 15 anni avevo smesso di giocare. Non mi divertivo più, mi annoiavo. Poi per puro caso un giorno sono andato con dei miei amici a una partitella. C’erano dei procuratori a guardare e mi hanno notato. “Torna in campo con noi. Però devi iniziare a fare una vita da professionista”. Ho accettato. Qualcosa era cambiato in me.
E poi è arrivata Napoli, la città del mio cuore. Era destino. Ero già stato in Italia per dei provini con la Fermana e il Pescara. Per dei problemi con il passaporto era saltato tutto. È passato del tempo ed è arrivata l’Atalanta. Avevano anche raggiunto i soldi che chiedevo, ma quando si è presentato il Napoli non ho avuto dubbi. Per noi argentini era la squadra di Maradona. Ho rinunciato a dei soldi, ma sentivo di dover scegliere l’azzurro. E ho fatto bene. Napoli per me è diventata casa, famiglia, amore. Sono stato travolto dall’affetto e la passione dei tifosi. Tutte le mattine prima di andare agli allenamenti c’erano sotto casa 50 persone per foto e autografi. Insieme, noi e i napoletani, abbiamo costruito qualcosa di grande. Abbiamo riportato la squadra in Champions. In quegli anni sembrava impossibile. E io con quella maglia sono diventato… il Pocho Lavezzi. Ed è per il rispetto e l’affetto che avevo per quella gente che ho sempre rifiutato proposte di squadre italiane. Un amore troppo intenso e puro. Perché Napoli… è Napoli. Mi ha fatto il regalo più grande: mi ha permesso di essere me stesso. Durante la mia carriera ho sempre cercato di giocare divertendomi come quando ero bambino. Ecco, a Napoli l’ho potuto fare. Ero felice. Felice davvero.
Il pallone mi ha portato poi a Parigi. Un’esperienza bellissima. Era un progetto nuovo, abbiamo permesso ai tifosi di rivivere l’emozione che solo la vittoria di un campionato può dare. E come dimenticare la Nazionale. Vestire la maglia dell’Argentina è tutto: emozione, onore, sogno. Il mio Paese, il mio sangue. Ora sono ripartito. Non so cosa ci sarà nel mio futuro. Forse tornerò a Napoli, chi lo sa. So cosa voglio essere. Un buon padre e marito, una brava persona. Raccontare la mia storia per aiutare chi vive momenti di difficoltà. Ed è per questo che ho deciso di affidarmi a Vanquish, per poter comunicare al meglio messaggi così importanti. Oggi mi riguardo indietro e sorrido in modo sincero. Il mio è un viaggio iniziato tra le strade argentine quando ero bambino. In quelle vie è nato il mio soprannome. Avevo un cagnolino che si chiamava Pocholo. Quando è morto, la mia famiglia mi ha dato il suo nome. Era un cane che non si fermava mai, che rompeva un po’ le scatole… proprio come me. Quel bambino ne ha fatta di strada. È diventato calciatore. Ha mantenuto la promessa fatta a mamma e papà: rimanere una brava persona. È stato capace di guardarsi dentro e accettare le proprie fragilità, anche nel periodo più doloroso della sua vita. È diventato uomo e padre. E ora voglio continuare in questo mio percorso di crescita. Essere una persona che non dimentichi quello che ha passato, che riesca ad accogliere la semplicità e che si goda la famiglia. Voglio vivere. Perché, alla fine, la vita è ciò che di più bello c’è per un essere umano”.


